Dietro Woody Allen: come nasce un cult

Woody Allen

È uno dei registi, sceneggiatori e scrittori più controversi e discussi della storia del cinema contemporaneo: Woody Allen, il re della commedia. Poliedrico, eccentrico sognatore, paranoico satirista della realtà, ha saputo reinterpretare e ridisegnare il concetto di commedia, insediando in essa gli esigui drammi della società contemporanea vista dagli occhi di un uomo “nella media”.
Ma cosa rende Woody Allen unico nel suo genere ? Quali sono gli ingredienti necessari a rendere così speciali le sue pellicole ?

Tre ingredienti fondamentali

Si potrebbe dire che il segreto delle opere che lo vedono protagonista sta nel suo personaggio, che rende estremamente labile il confine tra ciò che lui è e ciò che lui interpreta. È innegabile come le pellicole che lo vedono davanti e dietro la macchina da presa siano estremamente efficaci. Il personaggio tipico di Woody Allen, nel suo sfiorare il ridicolo senza mai sopraggiungere ad esso, è l’uomo medio-borghese che rispecchia e accentua le diverse sfumature delle insicurezze che governano ogni essere umano.

È impossibile ritrovarsi in qualcuno dei suoi personaggi, o come preferisco chiamarli “alter ego”, ma ognuno, per qualche misterioso motivo, da essi si sente rappresentato. Complice la sua esile fisionomia e le sue gestualità tragicomiche, Woody Allen ha saputo vendere al mondo dei personaggi talmente estremi e talmente assurdi da renderli affini a ciascuno di noi.

Ad arricchire ulteriormente questa magia è Diane Keaton, la sua più grande musa, un connubio perfetto di arte e talento scenico. Grazie alla sua bellezza androgena, i suoi personaggi prendono per mano il protagonista entrando così, come da copione, a far parte del suo mondo, della sua vita e della sua realtà. Le protagoniste femminili sono sempre coperte da un’aurea di splendore, rimangono sempre a un passo dalla follia senza mai sopraggiungere ad essa. Anche in loro a volte ci ritroviamo, ma spesso ci si perde, tra una risata e l’altra ad ammirarle. In questi momenti riusciamo a vedere la figura armoniosa con gli stessi occhi con cui la vede il nostro protagonista che è anche voce narrante. 

Ciliegina sulla torta è la musica. Anche in questo frangente l’anima del regista si impone aprendo al pubblico gli occhi e riabilitando la magia del Jazz. Woody Allen è infatti un clarinettista e suona dagli anni ‘70 in una Jazz Band. È importante acquisire questo dato, perché grazie ad esso possiamo capire quale sia il filo conduttore delle sue opere maggiori: la musica.

Per poter dimostrare l’efficacia di questi tre elementi chiave è significativo prendere in esame le due opere più iconiche del primo Allen.

Io e Annie (1977)

È tra i più celebri film del regista, forse perché è il capostipite di tale genere o forse per i numerosi riconoscimenti che ha ricevuto e che ancora adesso riceve.

Alvy Singer (Woody Allen) comico televisivo, racconta in prima persona la storia d’amore con Annie Hall (Diane Keaton) una sbadata, eccentrica e logorroica aspirante cantante conosciuta durante una partita di Tennis. Fin dal principio Alvy afferma che il loro amore è finito e cerca nei ricordi, che riaffiorano con ordine confezionando l’intero film, di capire le cause che hanno portato alla loro rottura per la quale incolpa innanzitutto se stesso e la sua infanzia.

La peculiarità di questo film sta nella costante volontà di non illudere lo spettatore; non è una storia d’amore romantica ne un dramma commuovente. È verità, realismo puro, un’opera totalmente dissacrante ed estranea a qualsiasi prototipo amoroso o sentimentale. I due protagonisti sono talmente pazzi, surreali ed esagerati da apparirci spaventosamente vicini.

Gli ingredienti sopracitati sono presenti e si amalgamo alla perfezione. Da un lato Alvy, finge controllo e sicurezza ma maschera una profonda insicurezza e una totale paura di un futuro che non può controllare. Ama follemente la sua New York che per lui è la migliore delle realtà possibili. Non vede alternative e ha paura di varcare i confini di questa città che è la sua magica teca di cristallo. Al di fuori di essa si sente biunivocamente incompreso e impossibilitato a comprendere. Ama Annie, quasi in modo possessivo e vorrebbe tenerla sempre vicino a se, vorrebbe che il tempo si fermasse e teme il sopraggiungere dell’inevitabile.

Dall’altra parte della scena troviamo la perfetta complice, Annie, che sfida Alvy a superare i suoi limiti. Il personaggio anche qui empatizza con lo spettatore attraverso dialoghi brillanti e costumi che sono diventati iconici. La sintonia tra i due protagonisti è invidiabile, l’alternanza repentina di battute scandisce i silenzi narrati e mantiene costante l’attenzione dello spettatore. A rendere il gioco di sguardi e di intenzioni suadente è la musica, il Jazz e la voce dell’iconico Frank Sinatra che con “It Had to be you” accompagna per le vie di New York i giovanissimi interpreti.

Manhattan (1979)

Questa pellicola ci racconta invece la storia di Isaac Davis (Woody Allen), quarantenne autore televisivo che, dopo un sofferente divorzio, inizia a frequentare una ragazza di soli 17 anni. Il suo migliore amico, Yale è in apparenza l’uomo perfetto: felicemente sposato, con un lavoro stabile e una vita di successi ad accoglierlo. Come in tutte le situazioni apparentemente perfette però Yale nasconde una relazione con un avvocato divorzista di nome Emily (Diane Keaton) di cui è invaghito perdutamente. Ad una mostra fotografica Isaac e Emily si incontrano e dopo un primo giudizio negativo i due si avvicinano sempre di più iniziando una storia che li porterà a chiudere i legami precedentemente stabiliti. Emily però non ama Isaac e decide di tornare da Yale, riportando il protagonista tra le braccia della giovane diciassettenne. Così Isaac arriva ad accettare di non amare completamente e di essere amato.

Woody Allen e Diane Keaton in un’iconica scena da “Manhattan” (1979)

Un aspetto peculiare del film è che, insieme a Gordon Willis (direttore della fotografia) Woody Allen decise di girarlo in bianco e nero, non solo per riportarlo in una dimensione più autentica ma anche per mostrare New York in tutta la sua enigmaticità.

Le regole sopracitate rimangono in pieno vigore. Isaac guida la narrazione con la sua voce, che in questo caso sta preparando la bozza di un libro. Il suo personaggio entra in contatto con quello di Emily quasi “in punta di piedi” per poi esplodere in scene iconiche (come quella che vede i due protagonisti passare la notte ad ammirare il Queensboro Bridge) accompagnate dalla “Rhapsody in Blue” di George Gershwin (dalle cui musiche Woody Allen ha ammesso di essere stato ispirato).

Emily sprigiona tutta la sua bellezza e la sua enigmaticità: anche qui il personaggio di Isaac viene messo costantemente alla prova, stimolato dalla protagonista femminile con la quale emerge preponderantemente la forte sintonia che li lega fuori e dentro lo schermo.

 

Il re della commedia

A prescindere dal gusto personale e dalla soggettività che accompagna ogni percezione artistica, Woody Allen ha il merito di aver creato qualcosa di nuovo. Penso che le sue prime commedie siano difficili da collocare in un genere univoco per i motivi sopracitati: possono far parte della commedia ma non ne soddisfano totalmente i requisiti, sono romantici ma non nel senso tradizionale del termine e sono drammatici ma in modo nuovo.

L’arma vincente dell’autore è quella di non allontanarsi troppo dalla realtà ma di analizzarla ed estremizzarne i tratti fondamentali. Ci troviamo a vivere noi stessi la commedia, a sentirci delle nullità come i protagonisti ma allo stesso tempo, anche se non vogliamo ammetterlo, siamo alla ricerca di una felicità che però con la stessa velocità con cui arriva fugge. Mi piace definirla dunque come “la commedia della verità umana” che prevede speranza, amore ma che termina sempre con l’accettazione della nostra condizione, mai perfetta, senza l’auspicato lieto fine.


https://www.intermezzorivista.it/ https://it.wikipedia.org/wiki/Woody_Allen

Francesca Manzoni

Pubblicato da Francesca Manzoni

Classe 1999, sono nata e cresciuta a Bergamo dove mi sono diplomata presso il liceo scientifico L. Mascheroni. Dal 2018 ho intrapreso gli studi di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Nonostante un profondo legame con la letteratura coltivo da sempre un insaziabile sete di conoscenza per ciò che concerne il mondo del cinema, con l’obbiettivo di spingermi oltre le apparenze.